L’ansia da separazione nei neonati e nei bambini

ansia-da-separazione-1L’ansia da separazione è la reazione di spavento e di protesta che il bambino manifesta quando le sue principali figure di accudimento, specie la madre, si allontanano da lui o quando è in presenza di figure non familiari.

È fondamentale fare delle distinzioni in base all’età in cui si sviluppa la paura della separazione nel bambino.

Lo psicoanalista Renè Spitz è stato uno dei primi studiosi a parlare dell’angoscia dell’estraneo, che si presenta in genere intorno all’8° mese. In questo periodo il bambino impara a differenziare fra i vari volti umani e a reagire positivamente a quelli a lui familiari e negativamente a quelli estranei. Questo significa che a questa età l’ansia da separazione non è una patologia ma una normalissima fase evolutiva: per il bambino è un’importante conquista sul piano dello sviluppo delle sue capacità sociali e relazionali. Intorno agli 8 mesi, il piccolo non ha ancora una matura comprensione e consapevolezza delle dimensioni spazio e tempo, per cui se la mamma non è fisicamente presente per lui è come se fosse sparita per sempre e pensa che non tornerà più. In altre parole a questa età il bambino non ha ancora la costanza dell’oggetto, ossia la capacità di mantenere internamente l’immagine della figura che si prende cura di lui.

In genere quest’ansia si intensifica intorno ai 13-18 mesi di vita per poi ridursi progressivamente tra i 3 e i 5 anni.

Dopo i 3 anni le cose stanno diversamente. Il bambino ha tutte le capacità mentali per capire che il genitore tornerà, ma possono accadere, in alcuni periodi, degli episodi di protesta al momento della separazione: pianti, manifestazioni di rabbia, malanni fisici.

In questo caso parliamo di crisi di riavvicinamento: il bambino sente che sta diventando “grande” e vive con dolore l’indipendenza sempre maggiore dal genitore. In questi periodi ha bisogno di sentirsi ancora piccolo, di essere rassicurato, di sentirsi compreso, proprio per poter affrontare al meglio questa fase evolutiva.

I genitori talvolta reagiscono a queste proteste con rabbia, altre volte prendendo in giro il bambino perché “ormai è grande per fare queste cose”. In questo modo tuttavia il bambino proverà solo vergogna, umiliazione e avrà la sensazione di provare qualcosa di sbagliato, che non potrà esprimere.

Ciò che è più appropriato è invece accogliere queste emozioni del bambino e intensificare le attenzioni nei suoi confronti; nello stesso tempo essere meno esigenti. In questo modo questa fase passerà velocemente e il bambino sarà pronto, con una maggiore sicurezza in se stesso e nei genitori, ad acquisire più autonomia.ansia-da-separazione-2

Il raggiungimento di un senso di identità e la capacità di separarsi è un processo difficile e non lineare per la diade madre-bambino e tutto il nucleo familiare (per approfondire 0-3 anni: dalla dipendenza verso la conquista dell’indipendenza).

Se al genitore si attiva una reazione emotiva e comportamentale negativa, bisogna comprenderne le motivazioni; può essere utile chiedersi: come ho vissuto le separazioni da bambino? Come hanno reagito i miei genitori? Come vivo attualmente i distacchi? Cosa sento quando mio figlio non vuole separarsi da me?  

Non dovremmo dimenticare che l’autonomia e la capacità di separarsi non è una cosa che il bambino raggiunge da solo, ma è un processo in cui il bambino agisce in relazione alla madre e al padre, un processo in cui i movimenti, i progressi del bambino sono interconnessi e interdipendenti a quelli dei suoi genitori.

Il genitore dovrebbe quindi essere capace di contenere i suoi stati emotivi, l’angoscia del figlio e riportarlo ad una situazione di benessere.

Può tuttavia accadere che non basti essere rassicuranti per attraversare questa fase. In questo caso ci si dovrebbe chiedere se ci sono stati degli eventi che hanno destabilizzato il bambino o che hanno in qualche modo minato la sua sicurezza: la nascita di un fratellino, un trasferimento, il cambiamento di scuola, problematiche relazionali tra genitori, problematiche relazionali con i coetanei a scuola, la morte di un familiare.

Come sempre, se un problema persiste, è bene comprenderne le cause che stanno a fondo e aiutare il bambino ad affrontare la situazione problematica. In questi casi non ci possono essere indicazioni valide per tutti, ma la situazione va trattata nella sua specificità. Può essere utile il confronto con uno specialista che, tramite dei colloqui con i genitori e alcuni incontri con il bambino (utilizzando gli strumenti simbolici del gioco, del disegno, delle favole e dei sogni) potrà comprendere a fondo le reali cause del malessere e intervenire nel modo più appropriato.

 

 

 

Bibliografia

Mahler M., (1978), La nascita psicologica del bambino, Bollati Boringhieri, Torino.

Spitz R.,(2009, ristampa), Il primo anno di vita del bambino, Giunti Editore, Firenze.

Winnicott D. W. (1974), Sviluppo affettivo e ambiente: studi sulla teoria dello sviluppo affettivo, Armando Editore, Roma.

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