Emozioni e vissuti in un’interruzione volontaria di gravidanza

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La gravidanza per tutte le donne è un evento con un forte significato emotivo, e la rinuncia, anche se motivata, alla maternità, quasi sempre attiva delle dinamiche psichiche inconsce tali da comportare un dolore difficilmente superabile solo con le proprie risorse. Entra in crisi il proprio equilibrio personale e, se si ha un compagno, quasi sempre anche l’equilibrio della coppia ne risente fortemente.

E’ difficile esprimere cosa accade nell’intimo di una donna quando deve prendere una decisione di questo tipo. Può vivere sentimenti contrastanti, da stati di disagio estremo ad euforia a conflittualità. Inoltre la paura di non essere capite da chi gli sta a fianco porta alcune donne a tenere tutto dentro e a non cercare un confronto e un sostegno con la propria rete sociale; talvolta la donna non ne parla neanche col partner per timore di interferenze nella sua decisione.

Quando si decide di abortire, il vissuto nei giorni successivi all’accaduto può variare estremamente da donna a donna. Può esserci un senso di sollievo e di libertà, e la sensazione di aver fatto la cosa giusta. Più spesso però i sentimenti sono molto conflittuali: il vissuto di aver fatto “razionalmente” la scelta più appropriata, si scontra con l’immenso dolore di un lutto. Sia nel primo periodo che in seguito si può sentire una sensazione di impotenza, di non farcela a dimenticare l’accaduto e a placare i sensi di colpa; il rimpianto di aver probabilmente fatto la scelta sbagliata e di non aver saputo controllare gli eventi è molto frequente, così come la sensazione di aver dato la priorità a tante altre cose, lasciando per ultimo il figlio: il parere degli altri, il giudizio della società, gli studi, il lavoro, le proprie paure. Alcune donne provano un forte dolore nel vedere altre donne incinta, o coetanee con bambini. Altre si sentono delle persone orribili per lungo tempo, incapaci di perdonarsi. Si sente che la vita in quel momento si è bloccata, segnando un “prima” e un “dopo”, e che da quel momento scorre tutto con estrema lentezza. Sono forti i vissuti depressivi, ansiosi e l’angoscia. Talvolta si ha il desiderio di restare nuovamente incinta per poter “rimpiazzare” l’altro figlio. Molto spesso la donna è sola di fronte a tutto questo, ed è per questa solitudine che si sente ancora più schiacciata. C’è la vergogna a parlarne, il non voler dare preoccupazioni alle persone care, la paura di non essere accettate ed essere giudicate per questa scelta. Molte donne portano tutto dentro, riuscendo nel migliore dei casi a rivolgersi ad una psicoterapeuta o ad associazioni di sostegno, in cui possono trovare uno spazio per rielaborare il vissuto connesso ad una scelta così difficile.

Ancora una volta, la psicoanalisi ci aiuta nel dare una chiave di lettura a questo evento.  Vediamo che quasi sempre, oltre a delle motivazioni oggettive a questa decisone ce ne sono anche di soggettive: l’identità personale incerta o problematica, l’ambivalenza nei confronti della maternità, storia di un rapporto negativo con la propria madre, relazione problematica con il partner e/o con gli altri figli. Una motivazione inconscia alla scelta di interrompere la gravidanza può essere quella del bisogno autolesionistico di fallire anche nella maternità come in ogni altra cosa della vita. Altre volte un motivo per interrompere la gravidanza è una maternità utilizzata come reazione difensiva inconscia ad una perdita affettiva importante (un lutto, una separazione o anche solo la minaccia di questi eventi). In alcuni casi l’oggetto perduto è la donna stessa, la quale dubita del suo valore di persona e di donna. E’ importante anche il modo in cui è stata vissuta la figura materna: se la propria madre è stata percepita come una donna oppressa da una famiglia numerosa, in conflitto con il marito o con maternità mal vissute e problematiche, l’identificazione con questo modello può portare a rifiutare la propria maternità.

Ci sono numerose ricerche che dimostrano come si incrementi il rischio di sviluppare stati psicopatologici in seguito ad un’interruzione volontaria di gravidanza, cosa che rafforza l’idea di quanto possa essere un evento estremamente stressante per una donna, specie in assenza di un sostegno sociale e specialistico.

Il British Journal of Psychiatry ha presentato una ricerca del 2011, che è ad oggi il più grande studio sulla stima dei rischi per la salute mentale associati all’aborto. E’ stata fatta una metanalisi di 22 studi effettuati su un campione totale di 877.181 donne, ed è emerso che chi ha subito un aborto presenta un rischio maggiore dell’81% di avere problemi di salute mentale, e quasi il 10% di incidenza di problemi di salute mentale ha dimostrato di essere direttamente attribuibile all’aborto. In particolare, le donne che hanno subito una IVG hanno registrato un aumento del 34% di probabilità di disturbi d’ansia, del 37% di depressione, più del doppio del rischio di abuso di alcool, più del triplo di consumare cannabis e il 155% in più del rischio di suicidio.

Uno studio del 2007 condotto da Suliman ha riscontrato che il 18,2% delle donne nel post-aborto soddisfano i criteri per una diagnosi di Disturbo Post Traumatico da Stress entro i tre mesi dall’interruzione di gravidanza.

E’ stata anche identificata da Worden una sindrome specifica che si presenterebbe molto frequentemente nelle donne nel periodo post-aborto, la Sindrome Post Abortiva, che è considerata all’interno del Disturbo Post Traumatico da Stress. Gli aspetti clinici sarebbero:

  • disturbi emozionali

  • disturbi della comunicazione

  • disturbi dell’alimentazione

  • disturbi del pensiero

  • disturbi della relazione affettiva

  • disturbi neurovegetativi

  • disturbi della sfera sessuale

  • disturbi del sonno

  • disturbi fobico-ansiosi

  • flash backs dell’aborto.

Questi sintomi possono presentarsi dai sei mesi ai due anni successivi all’IVG (ma anche oltre questo periodo) mediante due modalità:

a) compaiono disordini su base acuta o cronica;

b) non compaiono sintomi specifici, ma si sviluppano rischi relativi ad eventi stressanti quali una nuova gravidanza, un aborto spontaneo, un’isterectomia o un lutto.

I processi difensivi di rimozione o negazione dell’IVG si indeboliscono in modo significativo in presenza di eventi ricorrenti quali l’anniversario dell’interruzione o l’ipotetica data di nascita del bambino. Questo comporta il dissolversi o l’interrompersi della negazione primaria, per cui la donna si ritrova di fronte al proprio aborto volontario con tutto il bagaglio di angosce che ne derivano. In genere, più tempo trascorre tra l’IVG e la comparsa del quadro clinico, tanto maggiore sarà il senso d’angoscia. Infatti, più è lungo il periodo di negazione e maggiore sarà l’entità clinica del problema.

Per concludere, si deve considerare che nella quasi totalità dei casi la donna dopo una IVG deve affrontare una vera e propria elaborazione del lutto, che è un processo non lineare ma molto imprevedibile, per cui talvolta alcuni aspetti possono svolgersi anche anni dopo. Affinché il lutto venga elaborato occorre una sua accettazione profonda e purtroppo è frequente che alla base di un malessere esistenziale o anche di una patologia mentale ci sia un lutto incompiuto. E’ questo che sembra accadere nel caso dell’aborto con comparsa molti anni dopo di dolore mentale depressivo, che si nutre di sensi di colpa e di sentimenti di vergogna che per essere elaborati devono essere detti e compresi. La ferita psichica potrà rimarginarsi più velocemente se accolta e curata, in un contesto non caratterizzato da giudizio morale o dalla negazione emotiva dell’evento.

Bibliografia

Coleman P. K. (2011), Abortion  and mental health: quantitative synthesis and anlysis of research published 1995-2009,  da www.ncbi.nlm.nih.gov.

Francescato D., Arcidiacono C. (1983), Verso una prevenzione dell’aborto, Roma, Casa del libro.

Kellerhals J., Pasini W. (1977), Perché l’aborto?, Mondadori, Milano.

Rankin A (1989), Post abortion syndrome, Health Matrix, 7(2): 45-7.

Stanford S. M. (1986), Will I cry tomorrow? Fleming Revell Cy, Old Tappan.

Suliman S., Ericksen T., Labuschgne P., De Wit R., Stein D., Seedat S., (2007), Comparison of pain, cortison levels, and psychological distress in women undergoing surgical termination of pregnancy under local anesthesia versus intravenous sedation, da www.ncbi.nlm.nih.gov.

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