Recensione di “Le parole per dirlo” di Marie Cardinal

cardinalLe parole per dirlo

Marie Cardinal è stata insegnante di filosofia, giornalista e autrice di numerosi romanzi.

Anno di pubblicazione: 1975

Romanzo

“Le parole per dirlo” è un romanzo autobiografico. Marie Cardinal racconta della sua malattia che lei chiama “la cosa”, le emorragie ricorrenti che non le permettono di vivere, ma la costringono ad una vita isolata. Questo male la fa sprofondare in un’angoscia profonda, senza la possibilità di sentire altro. I medici che consulta non riescono a curarla in alcun modo. Dopo anni di sofferenze decide di consultare uno psicoanalista con cui intraprende un percorso di analisi che durerà ben sette anni. Questo viaggio interiore le permetterà di ricordare gli eventi traumatici della sua infanzia: dalla separazione dei suoi genitori alla tubercolosi che uccide la sorella e il padre, l’educazione di una madre tirannica e fredda, autoritaria e repressiva, fino ad arrivare alla consapevolezza di esser stata una figlia non voluta, da una madre che durante la gravidanza cercò varie volte di abortire ma senza riuscire a farlo. Questa ricerca di senso le permetterà di capire l’importanza di trovare “le parole per dirlo”, per parlare del suo malessere. Le parole sono quelle provenienti dall’inconscio, quelle dei vissuti e delle emozioni antiche sepolte per tanto tempo, che le fanno riportare in superficie la bambina che era. E’ nel corpo che la sua sofferenza si trasferisce ed e’ attraverso l’analisi che Marie riscopre la vita e ritrova la felicità che aveva soltanto potuto immaginare.

Questo romanzo è la storia di una rinascita, una rinascita possibile grazie all’analisi, ma lenta, dura e faticosa.

Prima di rinascere Marie deve attraversare tutti i momenti dolorosi, dargli senso, fare i conti con tristi verità.  “Riuscivo ad attirare e trattenere l’attenzione di mia madre solo quando ero ammalata (…) Questi contatti rapidi e precisi mi colmavano di felicità e tenerezza (…) Avevo sentito il suo amore! Era bello, era semplice”. La consapevolezza di provare rabbia verso chi le aveva fatto del male, una rabbia che era sempre stata repressa: “Io che predicavo la non violenza (…), io invece ero impastata di violenza, ero la violenza, la violenza in persona! (…) Credo che questa improvvisa rivelazione della mia violenza sia stato il momento più importante di tutta l’analisi. Sotto questa nuova luce tutto diventava più chiaro. Ebbi la certezza che questa forza repressa, imbavagliata, incatenata, che tuonava costantemente in me come una tempesta, era stato il miglio nutrimento della Cosa”.

Quest’opera non solo rende esattamente l’idea di cosa sia un’analisi, ma è anche un viaggio in cui l’autrice ci accompagna per mostrarci, attraverso i ricordi, la sua vita, il suo percorso verso un nuovo modo di esistere: “Una donna che camminava, parlava, dormiva. Al pensiero che i suoi occhi erano capaci di guardare, le sue orecchie di udire, la sua pelle di sentire, mi commuovo. Era con i miei occhi, le mie orecchie, la mia pelle, che quella donna viveva. Guardo le mie mani, le stesse mani, le stesse unghie, lo stesso anello. Io e lei. Io sono lei. La pazza ed io abbiamo iniziato una vita nuova, piena di speranza, una vita che non potrà più essere brutta. Io la proteggerò, lei mi darà la fantasia, la libertà”.

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