La gravidanza: un’esperienza di fusione e separazione

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Il cambiamento corporeo di una donna incinta è visibile a tutti, e grazie ad una presa in carico medica di qualità sempre maggiore, si riesce a sapere tutto, o quasi, sullo sviluppo del feto e sullo stato di salute sia del bambino che della madre. La donna per i nove mesi di gestazione è tenuta sotto controllo per far sì che tutto vada per il meglio. Ma cosa si sa invece dei cambiamenti della vita psichica della donna che sta per diventare madre? E della nascita della vita psichica intrauterina che è poi la base della vita mentale del futuro bambino? Si tende a non prendere in considerazione le implicazioni psicologiche dei cambiamenti che una donna in gravidanza affronta, mentre per lei si apre un mondo, che le fa vedere sotto un’altra luce il suo passato e il suo futuro.

Si potrebbero scrivere pagine su pagine sui vari spunti di riflessione che nascono dall’argomento “gravidanza”, e in effetti sono state scritte un’infinità di opere in merito. Tuttavia mi vorrei concentrare su due aspetti in particolare, strettamente legati l’uno all’altro, ossia il vissuto di fusione madre-figlio, e la separazione che necessariamente si deve affrontare per dare la vita, una separazione che non è solo quella fisica che si concretizza al momento del parto, ma anche mentale, in cui la madre vede il bambino come un qualcosa separato da sé, cosa che permetterà, in seguito, la sua individuazione.

Vediamo passo dopo passo come si dispiegano questi vissuti nel periodo della gravidanza.

Dal momento in cui la donna scopre di essere incinta, inizia un processo di metamorfosi che si configura come una vera e propria crisi di identità, che richiede una riorganizzazione degli spazi interni e di quelli esterni. Parallelamente ai cambiamenti che interessano tutto il suo organismo, si verifica una trasformazione dell’identità attraverso l’acquisizione e l’integrazione delle funzioni materne. La donna si trova ad affrontare la compromissione della sua individualità, perché il lungo processo di differenziazione dalle figure di accudimento primarie che ha accompagnato il suo sviluppo viene messo in crisi dallo stato simbiotico, fusionale, che si trova a vivere con suo figlio nel periodo di gestazione. Questo proseguirà anche nei primi mesi dopo la nascita del bambino perché questi dipenderà in tutto e per tutto da lei.

Ad un livello profondo questo stato evoca nella donna il ritorno alla fusione originaria con la propria madre; può essere vissuto positivamente quale felice ricomposizione dell’unità perduta, ma per altre donne, o in altri momenti, questo ritorno alla fusionalità originaria del contenere un corpo nel proprio corpo può essere percepito come una minaccia annullante, una perdita della propria identità di soggetto non madre. Per alcune donne l’essere incinta riporta ad una dimensione prevalentemente materna e ciò può essere vissuto come minaccia al proprio senso di sé. Insomma, la fusionalità è nello stesso tempo cercata e temuta.

Per tutti i primi mesi la madre si identifica con il figlio, e inizia a fantasticarlo, pensarlo, immaginarlo. Nell’ultimo trimestre invece, grazie ai movimenti sempre più consistenti del bambino, e ai suoi ritmi che diventano diversi, desincronizzati da quelli della madre (ad esempio quando la madre sta a riposo lui inizia a scalciare), egli inizia a diventare per lei una persona a sé stante, con vita propria. Questi nuovi elementi inducono la donna a concepire la sua gravidanza in maniera diversa; apre un’altra prospettiva, quella della nascita e della rappresentazione della separazione: per nascere bisogna essere separati.

Questo nuovo stato induce, presumibilmente, un cambiamento anche nella vita del bambino: l’origine della sua vita psichica. Sentendo il bambino agire, reagire, interagire diversamente da lei, la madre può cominciare ad applicare delle parole a ciò che egli vive, in termini di differenza e quindi di defusione; il bambino comincia a manifestare la sua autonomia.  Rapprentarsi la separazione, per la madre, non è una cosa semplice. Sotto le spoglie della sensazione di vuoto che la donna si prefigura rispetto al feto si cela l’ingombrante “catena delle perdite che hanno contraddistinto l’individuazione”: dalla nascita allo svezzamento e via via tutte le varie tappe che portano all’autonomia (Vegetti-Finzi 1990). Anche questa fase ha in ogni donna (anche se differentemente da donna a donna), una valenza positiva ed una negativa. Da un lato la gioia della separazione per poter finalmente conoscere il “bambino reale”, dall’altro l’angoscia. Il passaggio da una condizione all’altra è un momento iniziatico. La donna dovrà abbandonare quella parte di se stessa che dapprima è stata un tutt’uno con lei e perderla, «guadagnando in cambio il fatto di poter conoscere suo figlio, il quale dovrà essere investito fuori dal suo corpo» (Bergeret-Amselek 1996); la relazione simbiotica è costretta a declinare.

La stessa angoscia del parto è un’angoscia di separazione, il timore di affidarsi ad un evento non controllabile  e in quanto tale minaccioso. Numerose patologie della gravidanza e del parto sono infatti il segno della difficoltà materna a separarsi dal bambino: gravidanze protratte, accellerazioni o ritardi nella fase espulsiva, parti prematuri sono situazioni spesso connesse all’angoscia della separazione dal bambino. Il parto diviene minaccioso e a rischio psicosomatico se la donna non ha potuto mentalizzare la propria esperienza di separazione, di nascita psicologica. Ma la separazione consente la vita. Come ha magistralmente spiegato Sophie Marinoupoulos “L’atto della nascita è un momento di separazione. Separazione dei corpi, separazione degli esseri. È una rottura ma anche una continuità di vita fra esseri che si sono sempre percepiti senza mai vedersi davvero”.

Ciò che mi preme mettere in luce è che una presa in carico dello stato psichico della donna in gravidanza è necessario. I sentimenti, le emozioni, le paure e i pensieri che accompagnano i nove mesi, talvolta consapevoli, altre volte inconsci, sono un qualcosa a cui dare il giusto valore per fare in modo che si sviluppi una maternità serena.

Maria Grazia Flore – Psicologa Psicoterapeuta

Bibliografia

Ammaniti M. (1992) (a cura di), La gravidanza tra fantasia e realtà, Il Pensiero Scientifico, Roma.

Arcidiacono, C. (2013), Identità femminile e psicoanalisi. Da donna a donna: alla ricerca del senso di sè, Franco Angeli, Milano.

Bergeret-Amselek, C. (1996), Il mistero delle madri: un viaggio nel cuore della maternalità, tr. it., Ed. Magi, Roma.

Cyrulnik, B. (1993), Les Nourritures affectives, Odile Jacob, Paris.

Deutsch, H (1946), Psicologia della donna adulta e madre, vol.2, tr. it., Boringhieri, Torino.

Ferraro F., Nunziante Cesaro A. (a cura di) (1985), Lo spazio cavo e il corpo saturato: la gravidanza come agire tra fusione e separazione, Franco Angeli, Milano, 1992.

Marinopoulos, S. (2006), Nell’intimo delle madri. Luci e ombre della maternità. Feltrinelli, Milano.

Pazzagli A., Benvenuti P., Rossi Monti M. (1981), Maternità come crisi, Il Pensiero Scientifico, Roma.

Spallucci, S., Psicoanalisi della gestazione, International Journal of Psychoanalysis and Education, vol 1 num. 1.

Vegetti-Finzi, S. (1990), Il bambino della notte, Mondadori, Milano.

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